Come la diversità ci rende più intelligenti

Dalla rivista Scientific American: Decenni di ricerca da parte di scienziati, organizzazioni, psicologi, sociologi, economisti e demografi mostrano che i gruppi sociali diversi (cioè quelli con una diversità di etnia, genere e orientamento sessuale) sono più innovativi dei gruppi omogenei.
Sembra ovvio che un gruppo di persone con diverse competenze individuali sarebbe migliore di un gruppo omogeneo nel risolvere complessi problemi non di routine. E’ meno ovvio che la diversità sociale dovrebbe funzionare allo stesso modo, ma la scienza dimostra che lo fa.
Questo accade non solo perché le persone con background differenti portano nuove informazioni.
Basta interagire con gli individui che sono diversi nel gruppo per prepararsi meglio, per anticipare punti di vista alternativi e per aspettarsi il raggiungimento del consenso.

Teatro e Logopedia: DSA e giochi

La scorsa settimana ho proposto un gioco a bambini di terza elementare affetti da DSA, per consolidare la conoscenza tra i partecipanti.
Eccone una breve spiegazione: ciascuno ha un foglietto con un numero, messo sul petto in modo che gli altri in cerchio possano vederlo.
Il conduttore nomina due numeri a caso e le persone corrispondenti devono alzarsi in piedi e dire ciascuno il nome dell'altro.
Occorre attenzione e memoria.
Dopo qualche giro si scambiano i numeri, poi i posti, così da perdere e ritrovare ogni volta i riferimenti spaziali.
Successivamente il conduttore chiama il nome di due persone e loro devono stavolta dire il numero dell'altro e, subito dopo, il colore col quale è disegnato.
Una volta esaurita anche questa richiesta, tutto il gruppo si dispone seduto in fila ad un lato della stanza, come fosse il pubblico, e il conduttore nomina tre persone. Queste devono alzarsi e disporsi dall'altro lato della stanza, come fossero gli attori, secondo l'ordine crescente dei loro numeri (attenzione a sé e agli altri, disposizione nello spazio prestabilito).
Infine il conduttore fa alzare tutto il gruppo e nel minor tempo possibile i partecipanti devono trovare la giusta sequenza.
Al termine di ogni performance riuscita l'applauso e l'inchino chiudono la consegna.
Ha funzionato, soprattutto perché il gioco è stato tale.
Per divertirsi.
E per stare bene.

Cecilia Moreschi

Leggi altri racconti e articoli su Teatro e Logopedia

Teatro e Logopedia: i compiti di scuola

Ho lavorato qualche giorno fa con un gruppetto di ragazzini con disturbi dell’udito molto carini e simpatici.
Sono entrata in stanza e ho trovato una di loro in lacrime. Non aveva finito i compiti per le vacanze e la maestra glieli aveva assegnati di nuovo, tra cui il seguente: leggere e riassumere uno dei racconti di Marcovaldo, di Italo Calvino.
La bambina non riesce a capirlo, il linguaggio che il geniale autore usa è per lei troppo difficile da comprendere, continua a piangere, non vuole farlo assolutamente.
Avevo preparato tutt'altro programma da fare con loro, ma in quel momento la cosa più importante era farle tornare il sorriso, quindi le ho detto di non preoccuparsi, che io il libro lo conosco benissimo e che avremmo potuto recitarlo.
Le ho ricordato quant'è brava a recitare, addirittura ricorda perfettamente tutta la propria scena dello spettacolo dell’anno scorso, in breve, ho cercato di aumentare la sua auto stima.
In pochi minuti ho letto il racconto e l’ho narrato agli altri, che subito hanno accettato di drammatizzarlo insieme, così abbiamo scelto i personaggi.
La bimba si è lasciata trasportare dall'entusiasmo e si è proposta lei stessa per la parte di Domitilla, la moglie di Marcovaldo.
Ho coinvolto anche le colleghe a rappresentare i personaggi che mancavano, e tutti ci siamo messi a "giocare" al teatro, improvvisando il racconto, aggiungendo frasi e facce buffe e recitando tutta la storia.
La piccola ha riso, applaudendo i propri compagni, le è sparita la tristezza e il senso di impotenza che le dava il libro. Alla fine dell'ora mi ha salutato raggiante.
Con la drammatizzazione siamo riusciti anche a fare i compiti di scuola.

Cecilia Moreschi

Leggi altri racconti e articoli su Teatro e Logopedia

Teatro e Logopedia: inversione dei ruoli

Qualche giorno fa sono arrivati al centro due fratelli gemelli.
Uno di loro aveva il muso perché la mamma non voleva regalargli un nuovo cellulare per il compleanno, glielo ha promesso per Natale ma solo se i suoi voti a scuola saranno buoni.
Al ragazzino la cosa non andava proprio giù.
Così mi sono fatta aiutare da suo fratello e ho proposto loro di drammatizzare insieme quest'avvenimento.
Me lo sono fatto raccontare per bene: è accaduto tutto in macchina, mentre stavano arrivando al centro.
Quindi io avrei interpretato la mamma e i due fratelli loro stessi.
Abbiamo improvvisato la scena una prima volta.
Nella seconda abbiamo cambiato i ruoli, e nella terza di nuovo.
Il nostro, nel ruolo della madre, ha motivato con forza il proprio rifiuto, non cedendo di un millimetro.
Al termine della drammatizzazione gli è tornato il sorriso, non aveva più il broncio e non parlava più del mancato cellulare.
Grazie alla recitazione, e all'inversione dei ruoli, ha accettato (e forse compreso) il rifiuto e le motivazioni della mamma.
Che gran cosa, il teatro, vero?

Cecilia Moreschi

Leggi altri racconti e articoli su Teatro e Logopedia

Il tempo della diversità: le foto

Il tempo della diversità. Siamo stati alla mostra, al Maxxi di Roma, e con piacere condividiamo con voi tre foto che ci hanno fatto pensare che, forse, non eravamo poi così - come dire - fuori luogo quando circa dieci anni fa parlavamo del dono della diversità, trovando assai poco riscontro nel cosiddetto mondo dell'intercultura (oggi sembra che invece di valore della diversità ne parlino tutti, è diventato trendy, avete notato?).

Ovviamente il riferimento non vale per il geniale Gaetano Pesce: Diversificare vuol dire personalizzare. Contro la banale ripetizione dello standard, la differenziazione porta nella serie il brivido vivificante della casualità.





Teatro e Logopedia: gioco con le carte

Costruire con i ragazzi delle carte, dove ognuna raffigura un solo elemento (animale, persona, oggetto,
cibo, ecc.), questo è l’inizio del gioco che vi racconto oggi.
E’ stato interessante vedere cosa hanno scelto di disegnare i ragazzi.
Poi a turno uno di loro ha pescato 4 carte e ha dovuto inventare una storia che le legasse.
Spesso non erano storie ma situazioni: così ho aiutato a dare forma e sequenzialità alla storia, facendola ripetere più volte e poi ho chiesto quale fosse la fine, la conclusione del racconto.
Quindi il narratore ha scelto l’attore che impersonasse ogni elemento, dandogli la carta corrispondente.
A questo punto abbiamo creato lo spazio scenico dove recitare e il narratore è diventato pubblico, per godersi l’improvvisazione della storia appena inventata.
E’ difficile per i miei ragazzi inventare battute (e quindi sviluppare il linguaggio improvvisato). Tendono a dire poco, quasi niente, concentrati come sono nel fare (interpretare con il corpo l’elemento).
Le colleghe ed io ci siamo impegnate nel “riempire” i vuoti linguistici, cercando di fare leva sulle nostre battute per stimolare le loro, le più importanti.
Anche perché tra la terapia logopedica e la messa in scena di uno spettacolo, i ragazzi sono poco orientati ad inventare un testo, che sia una storia o la battuta lì per lì.
Questo gioco può contribuire a far crescere la loro capacità di inventare e creare quel dire adeguato alla situazione e non preordinato.

Cecilia Moreschi

Leggi altri racconti e articoli su Teatro e Logopedia

Teatro e Logopedia: dopo lo spettacolo

Nella settimana successiva al consueto spettacolo di fine stagione, prima di quest'estate ho voluto che ciascun gruppo verbalizzasse il vissuto durante la rappresentazione: come ti sei sentito, com’è stare sul palco, com’eri prima di cominciare a recitare, durante la scena e dopo la scena… delle altre gags quale ti è piaciuta di più… tutto questo insistendo perché gli altri ascoltassero senza interrompere, commentare, fare battute.

Quanto siamo abituati a dire sempre quel che pensiamo, anche se questo comporta interrompere gli altri, visto che ho dovuto riprendere spesso anche le colleghe.
E' stato bello che i bambini e i ragazzi verbalizzassero e dessero un nome a ciò che avevano sentito, anzi a volte abbiamo dovuto suggerire noi i nomi delle emozioni tipo “sollievo” o “tensione”, perché loro facevano capire che le avevano provate, ma non sapevano come chiamarle.
E’ importante dar voce ai propri sentimenti e sapere il nome di ciò che proviamo. Ci aiuta a conoscere noi stessi e a condividere con gli altri.
Inoltre, raccontare, parlare tutti insieme di un evento così importante e fuori dell’ordinario come lo spettacolo in teatro, è anche un modo per “dargli una cornice”, chiudere l’esperienza, e ora prepararsi a viverne delle altre.
Ho chiesto anche alle colleghe di ciascun gruppo di rimandare ai propri ragazzi una cosa che avevano notato di loro, in scena o durante l’anno. E’ bello per i nostri ragazzi anche avere “lo specchio” della propria terapista.
In tal modo, dei ragazzi ne è stata ulteriormente sottolineata la bravura, vista dagli occhi di chi era con loro dietro le quinte, e anche di chi ha lavorato con loro tutto l’anno e pertanto sa bene i miglioramenti che sono avvenuti.

Cecilia Moreschi

Leggi altri racconti e articoli su Teatro e Logopedia

Il tempo della diversità di Gaetano Pesce

Rieccoci a bordo.
Riprendiamo il viaggio condividendo le parole dell'architetto Gaetano Pesce, a commento della
mostra a lui dedicata in questi giorni a Roma: Dal periodo della Rivoluzione Francese, in cui una delle tre parole del motto principale era “Égalité”, uguaglianza, si arriva a oggi dove l’uguaglianza non è più un simbolo della nostra società. Quando due cose sono equivalenti non hanno nulla da esprimere, ma le cose non sono mai così.
E aggiunge: Oggi viviamo in un tempo di diversità...