Spettacolo teatrale sulla giustizia

Addì 20 giugno 2005, lo Stato contro Edgar Ray Killen.
Vostro onore, signore e signori della giuria, prima di chiamare a deporre il mio ultimo testimone, vorrei sottoporre alla vostra attenzione il referto dell’autopsia di James Chaney. Tale documento, fondamentale per l’accusa, durante il processo del 1967 era stato reso inaccessibile e solo dopo più di 30 anni, esattamente nel 2000, è divenuto di dominio pubblico.
In esso si legge che Chaney aveva il braccio sinistro rotto, il destro altrettanto in due punti, una frattura marcata dell’articolazione del gomito sinistro e traumi all’inguine.
Un patologo che esaminò i corpi su richiesta delle famiglie affermò che Chaney aveva subito percosse tremende con un corpo contundente o una catena.
Vostro onore, chiamo ora a testimoniare Rita Schwerner.
Giuri di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Dica lo giuro.
Lo giuro.
Signora, come si chiama suo marito?
Michael Schwerner.
Come è morto?
Mio marito… Michael, è stato assassinato insieme a James Chaney e Andrew Goodman durante un linciaggio.
Dove e quando è stato compiuto questo orribile crimine?
In una radura, nella contea di Neshoba, Mississippi.
Ci dica anche quando…
Il 21 giugno del 1964.
Quanti anni aveva Michael?
Era un ragazzo… erano solo dei ragazzi. Lo eravamo tutti…
Quanti anni aveva suo marito, signora Schwerner…
24. James ne aveva 21 e Andrew… Andrew appena venti…
Dove vi siete conosciuti con Michael?
A New York, noi abitavamo a New York.
Signora Schwerner, chi era suo marito e cosa ci faceva nel 1964 nella contea di Neshoba, Mississippi?

Come le ho detto prima, Michael era di New York, più precisamente abitava a Pelham, dove viveva con la sua famiglia, che era di origina ebrea. Mickey, così lo chiamavano a casa i suoi e questo soprannome è diventato col tempo comune anche tra gli amici. Non per me… io l’ho sempre chiamato Michael e a lui questo piaceva. Era come la prova che fossi la persona che lo conoscesse meglio. Dentro, nel profondo.
La mamma insegnava scienze alla New Rochelle High School ed era una donna severa ma presente. Un giorno Michael mi disse che quando raccontava qualcosa alla madre lui era certo che non lo avrebbe dimenticato, al contrario di suo padre, il classico uomo d'affari sempre impegnato. Ma non era una cattiva persona, erano i tempi ad esser così, i padri in giro a far carriere e le madri attente ai figli. Chissà se le cose sono veramente cambiate, oggi. A ogni modo, ci siamo conosciuti alla Michigan State University…


Dallo spettacolo teatrale Il coraggio della speranza

Spettacolo d'amore e diversità: Loving contro Virginia

Stavolta era toccato a Mildred, il turno di posare il pacchetto ai propri piedi.
Quindi si era voltata verso Richard, aveva agganciato i suoi occhi a quelli del giovane e lo aveva baciato.
Era stato solo l’inizio.
“Stanotte ho diciotto anni…” aveva mormorato dopo qualche istante.
Quelle parole divennero come chiavi universali per ogni porta che fino a quella sera aveva diviso la pelle di Mildred da quella del suo ragazzo, i suoi seni dalle sue mani, il collo di lui dai suoi baci.
Che bello fu avere diciotto anni in quell’automobile, all’inizio dell’estate del 1957, a nord di Richmond.
Chiusero il ricordo di quella notte nel più prezioso scrigno dei rispettivi ricordi e solo a fine luglio, ebbero la forza di passare alla pagina seguente.
La scelta era stata perfettamente concorde. Entrambi avevano adorato sin dall’inizio l’idea di riprendere le proprie esistenze, conservando quei paradisiaci istanti nella mente, insieme a quegli odori, quei sapori, quella canzone della quale avevano evocato solo il ricordo, essendosi limitati unicamente ad ammirarne la copertina.
Era stata Mildred a scegliere il posto in cui rincontrarsi e, seduta sull’ormai piccola altalena davanti casa, vide Richard arrivare.
Non appena il giovane salì sul prato, mentre emozionato si avvicinava, la ragazza smise immediatamente di dondolarsi.
Solo quando fu ad un passo da lei, si tirò dritta.
“Ciao…” disse lui.
“Ciao”, rispose Mildred.
Pochi istanti di tenero silenzio e, ancora una volta, fu quest’ultima ad indicare la prossima meta: “Richard…” disse stringendo le sue mani nelle proprie. “Credo di amarti…”

Dallo spettacolo teatrale Loving contro Virginia

Spettacolo di teatro narrazione contro la guerra

Ottobre 2008. Siamo poco fuori Baghdad, in Iraq.
Rukia e Hash ignoravano cosa sarebbe accaduto quella mattina.
La sera precedente, la donna era andata a letto presto, dopo un litigio con il compagno.
Avete presente quelle discussioni inutili, sterili, che sono solo un pretesto per svuotare il cuore e la pancia delle tensioni provenienti da ogni dove fuorché l’attimo presente e soprattutto la persona con la quale ci contendiamo le ragioni?
Ecco, ai nostri non capitava mai.
Fin da quando si erano incontrati, i due erano riusciti sempre a evitare di perdere il comune tempo per tali sprechi.
Ci era voluta l’ennesima guerra per macchiare, diciamo così, il loro curriculum di coppia perfetta.
Ciò nonostante, come a rendere pan per focaccia all’invasore della loro serenità, era intervenuto l’amore bendato.
O sesso che ci vede benissimo, come preferite.
Sta di fatto che quella mattina, senza dirsi nulla, come se una forza invisibile guidasse i loro corpi, Rukia e Hash presero a baciarsi, abbracciarsi, accarezzarsi e tutto quello che la pelle dell’una era capace di donare a quella dell’altro e viceversa.
Fu così che il piccolo Hani venne invitato al mondo...


Dallo spettacolo teatrale Nostro figlio è nato

Articolo sulla povertà ad Haiti

Ciò malgrado, non credete sia facile, conquistare l’indomani.
Non lucriamo sulle menzogne, noi altri.
Il tempo per la verità delle cose è prezioso come l’acqua, qui.
Ecco perché ancora oggi non riusciamo a comprendere come non vediate che il peso che scegliamo di portare sul capo, trascurando
pettinature e pensieri futili, è a rischio ovunque.
Nessuno si senta dissetato a tempo indeterminato.
Nondimeno, mentre nel lato più gradevole del quadro vi gettate quotidianamente nella mischia, sperando di raggiungere i cinque secondi di viralità, a forza di incessanti upload delle vostre più personali intimità, noi scegliamo invece di farci carico solo dell’essenziale...

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Storie di bambini diversi

Ma non era il mio bambino ad avere dei problemi?
E che problemi…
Cos’ha il piccolo? La domanda più frequente.
E’ cieco? Quella più scontata.
Ha paura? La meno fondata.
Non ha alcun problema, non è malato, signori miei.
Semplicemente, mio figlio ha gli occhi chiusi. Ci vede perfettamente, forse anche troppo, ma tiene le palpebre abbassate nella maggior parte del tempo.
Ho provato di tutto, con il mio compagno abbiamo tentato in ogni modo di comunicare con lui, e per quanto abbia solo sette anni, Mattia è perspicace, capisce alla grande quel che accade intorno...

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Articolo sulle armi nucleari

Quale caratteristica dovrebbe contraddistinguerli?
Semplice.
Consapevolezza di sapere, questa è la prerogativa delle creature designate, giammai del suo contrario, antesignano, buonista vezzo socratico.
Perché diciamolo a viva voce.
La gestione delle diaboliche creazioni umane non è, e mai sarà, roba per filosofi.
Capaci solo di rallentare la trasformazione del pianeta in un sistema ordinato, all’insegna della praticità.
Insistono, nondimeno, con le loro illusioni di un quieto e tollerante convivere, riuscendo saltuariamente a illudere un numero maggioritario di persone.

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Lo strano caso delle polpette di Ikea

Pensi non sappia che le mani che puliscono la mia casa vengono dalla Romania?
Che quelle che si prendono cura di mia madre sono polacche?
E che quelle che si ricordano di andare a prendere mio figlio a scuola sono marocchine?
Sì, certo, anche quelle che mi puliscono il parabrezza e che mi riforniscono di benzina al mattino.
E quelle che mi pesano la frutta? Sbagliato, non sono marocchine, bensì, egiziane!
Ma quelle che mi cuciono le Nike sono filippine.
E sono mani piccole, contano pure quelle?

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Racconti sulla bellezza

“Sono troppo bella, sono perfetta, cavolo, guarda!”
“Cosa?”
“Guardami nello specchio, mamma. Ho un naso dritto e misurato al millimetro, la linea degli occhi è così precisa da sembrare disegnata. E la bocca… ne vogliamo parlare?”
“Parliamone.”
“Mi prendi in giro, mamma?”
“No, Caterina…”
“La vedi?”
“Cosa?”
“La bocca! E’ così bella che pare finta. Io sembro finta, mamma! Come una bambola, come una foto venuta troppo bene, cioè male, meglio, cioè peggio, come il peggior quadro al mondo. Ma di un pittore cieco, mamma, perché solo un non vedente potrebbe dipingere qualcosa di bello…”

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Racconti di animali che attaccano gli umani

Quanto siam cambiati, sino a oggi.
Per esser come voi, ci avete fatte combattere l’un l’altro senza una ragione valida.
E ci avete obbligati a migrare dalla nostra terra d’origine contro la nostra stessa volontà, ma voi leggete pure scappare.
Ci avete insegnato a non aver più fiducia nella coerenza del sole e della pioggia, del vento e del freddo.
E ci avete fatto conoscere la paradossale solitudine in mezzo al branco.
Ci avete fatto abituare a vivere in cattività.
E ci avete trasmesso la paura di liberarsi da essa.

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