Bambini e genitori non sono mattoni

Bambini e genitori non sono mattoni, come quelli di un muro, che puoi tirar su e poi buttar giù, e dopo innalzar di nuovo, a seconda dell’ennesimo delirante tweet del momento, che puoi sputare tra i denti e un attimo più tardi attribuire a un fantomatico portavoce espiatorio, giustificare come il sempre utile fraintendimento. O, al meglio, cancellare.

Genitori e bambini non sono un gruppo di azioni, che puoi dividere e vendere in differenti mercati, per poi fondere in una novella impresa e, qualora la Borsa lo esiga, frantumare tutto e cercare di non finire in perdita.

Bambini e genitori non sono quelle maledette armi, da smontare e rimontare religiosamente, al netto di pulirne e oliarne a dovere le componenti.

Genitori e bambini non sono neppure le parti di perenne monologo da campagna presidenziale, da disunire sistematicamente tra esse e soprattutto da ogni sorta di contesto, per poi riammucchiarle alla rinfusa, affinché nulla si capisca e l’ottuso grido si senta ovunque.

Bambini, genitori, bambini, genitori, non sono i protagonisti di un videogioco, ovvero i bersagli designati, che come variabili digitali, sotto forma di personaggi sacrificabili in uno sparatutto populista, puoi dividere e sommare senza perdere punti.

Quando allontani un figlio dalla madre, se sottrai una figlia al padre, allorché fai a pezzi una famiglia, puoi pure cercare quanto vuoi di rimediare al crimine, ma il danno rimane.

E per quello dovrai rispondere, prima o poi.
Meglio prima, però.

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